“La pace non avrà fine” (Is 9,6)

La Siria

Secondo la geografia del tempo, Betlemme si trovava in quella regione dell’Impero Romano chiamata Provincia di Siria, anche se non corrispondeva esattamente alla Siria di oggi.

In questo viaggio ideale nella regione di Siria, mi metto in cammino insieme a Giuseppe, quasi chiedendo il permesso di unirci alla sua piccola carovana, composta di una donna incinta e, presumibilmente, di un asinello. Mentre mi avvicino le insegne militari si moltiplicano.

Giuseppe

Io me lo immagino, Giuseppe, concentrato in un profondo raccoglimento. In tutto il Vangelo non dice una parola, eppure è attivo e attentissimo a tutto quello che gli succede intorno.

Credo che ripetesse le parole di Isaia: «Ogni calzatura di soldato e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati… Ci è dato un bambino… la pace non avrà fine» (cfr. Is 9,1-6).

Voglio fare spazio anch’io, in questa notte, a tutte le guerre. A tutti i bimbi che soffocano nella polvere delle macerie. A tutti i soldati che muoiono e uccidono. A tutte le donne e gli uomini che devono lasciare le loro case e migrare in un altro posto.

Voglio che si levi dal mio cuore un immenso desiderio di pace. Non posso andare in Siria o all’ONU a chiedere la pace, ma posso essere costruttore di pace. A partire da me, dal mio carattere, dal modo in cui mi relaziono, da come mi interesso della politica, dalle scelte che faccio, dallo stile che scelgo. Voglio porre i segni della pace nel dialogo e con le mie azioni.

Non voglio serbare rancore.

Maria

Di Maria sappiamo invece che serbava le cose meditandole nel cuore.

Penso che alla prima vista dell’Aquila Imperiale abbia cominciato a comporre le tessere del mosaico. Lei, sposata a un uomo della famiglia di Davide; suo figlio, un discendente del re. La promessa dell’angelo e quella preghiera spontanea che le era diventata cara: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52).

Il Magnificat: un inno ribelle di pace. Contro gli stupidi che incrementano le armi nucleari, le vie della pace passano dove le persone più umili svelano una dignità regale.

È più forte un bambino che nasce di una bomba che esplode. Un bambino è vita. Una bomba è solo morte.

Loro si divertono a distruggere, io no. Vigilerò, agirò, ma non permetterò che mi turbino neanche un attimo. Io voglio solo fare crescere. Non trovo nessuna gioia più grande di questa.

Gli ospiti

Siamo convinti che Maria e Giuseppe non abbiano trovato ospitalità. Ma voglio provare a immaginare le cose diversamente: vorrei rimanere fedele al testo.

Il racconto ci consegna una sequenza pacata di fatti, senza alcun elemento polemico:

«Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. / Diede alla luce il suo figlio primogenito, / lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, / perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7).

Mi figuro un uomo che dorme sulla soglia della propria abitazione, si accorge di una donna appoggiata al braccio del marito, il volto preoccupato, piegata dal parto imminente. “Venite, siamo in tanti… la casa è strapiena ma…”. Lui si scansa, i piccoletti occupano il suo giaciglio e si fa posto a Maria. Le donne di casa l’aiutano. Quando nasce Gesù e tutto il trambusto si calma, non c’è davvero un centimetro in più in quello spazio. Il bimbo è quieto, la mamma deve riposare, e anche gli altri. Domani si lavora! C’è lì la mangiatoia degli animali; Giuseppe, con l’occhio capace di trasfigurare le cose, la guarda e gli sembra una culla, quasi come quelle che fa lui. Ecco. Pone il bimbo lì sopra. Non ci pensa neanche che sia una cosa grandiosa. I bimbi lo vedono, gli adulti anche. In seguito ai prodigi di quella notte, lo racconteranno.

Noi

La Siria e il desiderio di pace come contesto. Giuseppe, Maria e gli ospiti come esempi di responsabilità sullo scenario del mondo.

A questo punto è come se il racconto, improvvisamente, voltasse pagina.

I messaggeri di Dio fanno capolino per dire che siamo noi a dover continuare la storia. Abbiamo la responsabilità di guidare da davanti e di vigilare da dietro questo mondo, come i pastori, certi che possiamo assolvere al nostro compito lavorando in pace.

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Riflessioni (spero ragionate) su bikini e burkini

Le argomentazioni addotte nel dibattito riguardo a bikini o burkini, dimostrano – a mio modestissimo parere – la povertà del confronto culturale di oggi e, sempre di più, una certa difficoltà a cogliere gli elementi costruttivi per una convivenza comune.

Per lo più, il dibattito viene ridotto ad alcune posizioni che magari hanno anche un fondo di verità, ma piuttosto semplificate: l’aspetto ridicolo, agli occhi di noi occidentali, dell’ansia di alcuni regimi e/o culture religiose di coprire il corpo femminile (vedi la censura televisiva con le strisce nere a coprire la pelle scoperta delle atlete nelle gare di atletica); la contrapposizione corpo nudo o corpo coperto (accompagnata da battutine adolescenziali a sfondo sessuale); oppure una riflessione un po’ più interessante che cerca di capire cosa spinga una donna ad accettare di coprirsi (per quelle che in effetti condividono la causa) o quali siano le motivazioni e le percezioni delle donne che agiscono e pensano diversamente (dalle atlete delle olimpiadi, alle ragazze delle nostre spiagge).

La cosa che mi impressiona è che c’è sempre il corpo femminile in ballo, e quasi sempre “gestito” da altri, nonostante tutto. Ne è un esempio l’uscita completamente a sproposito di quell’Imam che ha posto il problema delle suore (trascurando completamente la differenza evidente: volto scoperto e volto coperto), ma anche quella di mons. Galantino che cercando di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, da una parte non coglie nemmeno lui la differenza (“Anche le suore hanno il velo”), dall’altra mostra ingenuamente quali siano le battaglie (inutili) che si vorrebbero combattere. Già, perché quando afferma che “Non può farci paura al mare una donna perché troppo vestita”, non solo scaglia clamorosamente il problema ancora una volta, ma smaschera una sorta di “santa alleanza ideologica” di un certo pensiero religioso, che in fondo guarda all’Islam e alle sue donne velate con una certa invidia, quasi col pensiero che sia almeno un argine a questi usi traviati e scostumati della società occidentale e – se non fosse spaventoso ammetterlo – che se si potesse, si vorrebbe almeno un po’ imitare quel modello.

Ecco: ancora il corpo della donna che è oggetto di contesa. E non c’è, invece, nessun contributo culturale alla costruzione di una nuova Europa.

A me sembra che dobbiamo richiamarci ai diritti fondamentali e ai doveri della convivenza. Ogni uomo e ogni donna hanno diritto a vestirsi come pare a loro? Sì. E se un atleta vuole gareggiare con lo scafandro, che lo faccia: non vincerà. Questo diritto ha dei limiti rispetto alla convivenza? Sì. Ad esempio, non si può andare in giro nudi per una città. In questo caso ci sono dei contesti e degli ambiti in cui è concesso: se vuoi andare in giro nudo, vai in una spiaggia di nudisti o in un night club, e non rompi le scatole con le tue “grazie” alle famigliole in giro con i bambini. Si può stare sempre a capo completamente coperto, al punto da non essere riconoscibili: no. Ad esempio non lo si può fare nelle tabaccherie, nelle banche, negli uffici pubblici, in occasione di alcune manifestazioni ufficiali e tutte le volte che si necessario il riconoscimento da parte delle autorità.

È chiaro che l’abito delle suore non c’entra niente, e che invece – così impostata – la questione rimanda ai diritti e doveri con cui ogni cittadino fa parte del vivere comune, ciò alla questione dell’integrazione e ai criteri che essa chiede. La domanda è: come si fa a favorire l’integrazione in un convivere rispettoso dei singoli e della comunità? Chi è l’autorità che può garantire questo equilibrio delicato e finissimo, se non lo Stato, in rapporto con le migliori espressioni culturali e con i processi storici e le tradizioni del suo territorio? Come facciamo a stare insieme tra opinioni, tradizioni e culture diverse?

Che ci fossero molte e intelligenti riflessioni su questo, piuttosto che su quanta parte del corpo di una donna è scoperta o coperta, e chi fa il tifo per l’una o per l’altra, sarebbe cosa quanto mai auspicabile per la nostra Europa.

 

 

Analisi del 2015

Una cosa carina che regala WordPress.

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 930 volte nel 2015. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 16 viaggi per trasportare altrettante persone.

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